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Il Raboso Piave: un’affascinante acidità

Esiste un piccolo grande gioiello nella produzione vitivinicola veneta: il Raboso. Si parla in realtà non solo di “un” vino ma anche un intero territorio, quell’affascinante parte di pianura trevigiana attraversata dallo storico fiume Piave. Al Raboso e alla sua storia spetta una voce in capitolo nonché un posto d’onore tra le eccellenze del territorio veneto:  quello storico e autoctono rabbioso, aspro e indomabile, sembra decisamente meno accattivante di un più morbido merlot o altro vitigno bordolese che ben si sono adattati sulle nostre zone. Quindi perché scegliere di bere un calice di Raboso a discapito di vini meno aggressivi? La risposta me la sono data io stesso una volta che mi sono seduto a tavolino a degustarlo.

il fiume Piave, foto originale presa dal sito dell’az. Cecchetto

Un po’ di chiarezza…

Rabosin, rabosello, raboso oggi sono tutti sinonimi per parlare di un vino che, per compiacere il palato del consumatore, ha finito per perdere i suoi toni decisi a favore di note più carezzevoli, fino a versioni persino amabili. Se tuttavia si chiedesse a qualcuno che in passato beveva il “vero” Raboso, vi confermerà che era un vino tosto, e che il colore che lasciava sui bicchieri non veniva più via!

Dalle premesse sembrerebbero esserci i presupposti per una bevuta tutt’altro che piacevole! Ma, come vi dicevo, il solo modo che avete per poter capire perché dare al Raboso il valore che merita, è sedervi a degustarlo; posso infatti garantirvi che alcuni pazienti produttori hanno saputo credere nelle potenzialità di questo vino e, affidandosi a tecnologia e tradizione, conservare tutt’oggi il patrimonio che esso rappresenta per il suo territorio.

L’azienda agricola Cecchetto Giorgio

Uno dei produttori che più ha saputo credere al potenziale del Raboso Piave è Giorgio Cecchetto; abbiamo la possibilità di essere guidati dalla gentilissima moglie Cristina all’interno della loro azienda agricola e curiosare tra le diverse fasi produttive, ma non solo: veniamo infatti arricchiti dalla conoscenza di storie e tradizioni che testimoniano  come l’autoctono rabbioso possa essere considerato tra i prodotti che non vanno assolutamente dimenticati quando ci si avvicina alla tradizione enogastronomica locale.

La maniera del far li vini è molto differente da un luoco all’altro, cioè da paese a paese, e dal monte al piano, da Villa a Villa, e tal hot anco da famiglia a famiglia. Qui nel nostro paese, che per lo più si fano Vini neri per Venetia di uva nera, che si chiama recandina, altri la chiamano rabosa, per esser uva di natura forte […]

Il buon fattor di villa, Giacomo Agostinetti

 Siamo a Tezze di Piave, la sede principale dell’azienda, a pochi minuti dallo storico Borgo Malanotte, custode di storia e tradizioni di questo territorio e ad oggi celebrato nella denominazione Malanotte del Piave DOCG, massima espressione del Raboso. Qui lo storico fiume Piave ha originato terreni alluvionali sciolti e ben drenati, che nel corso dei secoli han  visto la sedimentazione di detriti ghiaiosi.

“Tradizione e ricerca”

Una scelta difficile, ci spiega Cristina, quella di cambiare rotta e vinificare questo vino in modo diverso da come era stato fino ai tempi del padre di Giorgio, ma che alla fine ha ripagato gli sforzi e l’impegno con grandi soddisfazioni. Convinto infatti che si potesse non solo domare ma addirittura farne un prodotto di qualità, Giorgio Cecchetto ha investito, sperimentato, interpretato il Raboso e il suo territorio. E sono proprio i risultati in vigna a permettere di coglierne le diverse sfumature: si parte dalle selezioni di cloni, alla disposizione dei filari, alla scelta delle diverse tecniche di allevamento. Tutto consente di avere una panoramica ampia di cosa sia il Raboso.

La presenza di un’antica bellussera ci porta un po’ lontano nel tempo: tradizionale metodo di allevamento della vite ormai in disuso, consiste in un sistema a raggiera con sostegno della vite sul gelso. Cristina ci racconta che una volta le esigenze nei campi erano diverse, e un sistema come la bellussera si prestava ad essere sfruttato non solo per la crescita della vite: utilizzando l’albero di gelso come “tutore vivo”, ad esempio, era possibile fornire ai bachi da seta le foglie per alimentarsi, oppure si sfruttava lo spazio sottostante tra una pianta di vite e l’altra per piantare altri ortaggi ottimizzando in tal modo l’area coltivabile per dare sussistenza alle famiglie contadine.

la bellussera, tradizionale metodo di coltivazione della vite originario della zona

La cantina

 

grappoli di uva raboso messi ad appassire

Dopo la visita ai vigneti veniamo condotti da Cristina nelle successive fasi di produzione passando attraverso i reparti di vinificazione, stoccaggio e appassimento. Qui scopriamo una piccola magia, ovvero tanti grappoli di uva raboso messi ad appassire su un’apposita stanza controllata da ventilatori e deumidificatori per regolare l’ambiente e scongiurare fermentazioni indesiderate. Non posso descrivervi a parole quanto bello sia sentire il profumo di quei grappoli messi ad appassire! Oltre ai graticci, dove sono messe ad appassire le uve destinate al passito, nella stanza sono disposte anche delle cassette, le cui uve saranno invece destinate alla produzione di Gelsaia, che come avremo modo di approfondire, rappresenta sin dal 1997 un precursore della DOCG Piave Malanotte.

Ma è quando scendiamo in bottaia che mi emoziono veramente; qui infatti è possibile cogliere altre sfumature di profumo, un misto di legni e vino, di evoluzione, di pazienza, di tempo e amore impiegato per produrre ogni volta un prodotto sempre nuovo. Anche qui Cecchetto non si smentisce per la ricerca e la sperimentazione: una piccola partita di botti infatti è dedicata a testare altri tipi di legno diversi dal tradizionale rovere (poco presente in zona già ai tempi di Giacomo Agostinetti), e a verificare quale altro potrebbe risultare idoneo al passaggio del vino. Si sperimenta anche l’effetto dei vari passaggi nelle diverse botti: il legno di castagno, ad esempio, si preferisce non impiegarlo come primo passaggio in quanto legno tannico che rilascerebbe quindi una nota troppo incisiva a un vino già ricco di tannino.

 

Il vino

Che cosa aspettarsi oggi da un sorso di Raboso Piave?

Grintoso già in vigna con un ciclo vegetativo molto lungo, anche una volta diventato vino richiede tempi lunghi per potersi esprimere. Longevo, ricco di acidità, tannico, secco, caldo, austero…tutte caratteristiche che ben equilibrate dal tempo fanno del Raboso un ottimo vino da servire sulle nostre tavole.

La degustazione

Rosa Bruna 2011

Rosa Bruna è un Raboso in versione rosato e spumante dell’azienda; il colore si presenta con toni rosati intensi, e il profumo svela note amaricanti, fruttate, floreali e con un tocco di mineralità. In bocca colpisce per il suo gusto cremoso e una freschezza resa vivace dalla ricca acidità, che lo rendono perfetto, ad esempio, per un aperitivo con crostino di baccalà mantecato o burro e salmone fresco, o in generale perfetto per smussare qualche componente grassa e morbida del cibo.

Raboso del Piave

2015

Abbiamo l’occasione di degustarlo in “anteprima”, e ci colpisce per il suo colore rosso rubino e un profumo intenso, immediato, pulito, ricco di note fruttate un po’ selvatiche e una piccola punta di cardamomo. Secco in bocca, fresco e con un tannino abbastanza incisivo, richiede certo un po’ di evoluzione per poter equilibrare le componenti più spigolose, ma già si può bere volentieri con un primo o secondo piatto a base di carne come degli agnolotti ripieni o uno spezzatino.

2011

Il confronto con l’annata 2011 ci fa scoprire un vino più maturo già dal colore, più ricco di note granate, impenetrabile e vivo, un profumo dalle note più evolute, pieno, ricco di spezie dolci, frutta matura, mentre in bocca si presenta avvolgente, ricco e piacevolmente caldo. Un vino da abbinare a preparazioni più elaborate.

Gelsaia 2013

Dal 1997 Cecchetto produce  questa versione di Raboso Piave con l’appassimento di una parte delle uve: si tratta dell’antenato del futuro Piave Malanotte, prima DOCG a bacca rossa conquistata dalla Marca nel 2011.

Siamo affascinati da un colore rosso impenetrabile e un profumo che parla da solo, intenso, ampio, ricco di ciliegia matura, frutta appassita, mentre in bocca si conferma avvolgente, caldo, ricco di buona acidità e con una punta dolce finale di anice che lo rende irresistibile. Lo abbiniamo con selvaggina ma ben volentieri anche con formaggi stagionati e erborinati, senza scordare che un vino così…possiamo gustarcelo anche da solo come vino da conversazione!

Abbiamo voluto celebrare il Raboso Piave sperando di invogliarvi a provare questo fantastico prodotto! A nostra volta siamo stati guidati con pazienza e passione dalla famiglia Cecchetto, che ringraziamo per averci accolto e trasmesso nuove conoscenze sul nostro territorio e sulle sue ricchezze. Oltre alle diverse interpretazioni di Raboso Piave, che oltre a quelle citate includono il passito, l’azienda produce nella sede di Tezze di Piave altre tipologie di vino quali Manzoni Bianco e Pinot grigio per i bianchi e Carmenère, Cabernet sauvignon, e il Sante Rosso per i rossi. Quest’ultimo, merlot di straordinaria piacevolezza, è uno dei prodotti che preferisco: 100% da monovitigno, si esprime con un colore rosso rubino intenso, profumo avvolgente ricco di piacevoli note vegetali e fruttate, sapore pieno, ben equilibrato e persistente, perfetto anche con i piatti della tradizione come un’ottima pasta e fagioli arricchita da un pezzetto di cotica o striscioline di lardo servite a freddo sul piatto. Prosit!

Info utili:

Il Raboso del Piave

Storie di viticoltura nel territorio del Piave: la bellussera 

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